Presentazione della spiritualità del Cardinale Van Thuan

Radici spirituali del
Messaggio di speranza del Cardinale François-Xavier Nguyễn Văn Thuận 

 

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In un mondo che sembra sull’orlo del baratro, il Cardinale François-Xavier Nguyễn Văn Thuận è “testimone della speranza”. La speranza è stata infatti il leitmotiv della sua vita. Non solo quando, all’età di 39 anni, divenne vescovo nel Vietnam del Sud e scelse come motto il titolo di uno dei documenti più significativi del Vaticano II – Gaudium et Spes : Gioia e Speranza –, ma anche nei 13 anni in cui il regime comunista, dopo la presa del Vietnam del Sud, lo tenne in stretta prigionia; e infine nel periodo successivo, in cui si impegnò, come vicepresidente e poi come presidente del Pontificio Consiglio Iustitia et Pax, a livello mondiale per la pace e la giustizia.

Ma cosa significava per il Card. Văn Thuận essere “testimone della speranza”, vivere e agire guidato da un’invincibile speranza?

La speranza è l’opposto della rassegnazione, dell’apatia, della grigia quotidianità e del pessimismo. Ma non è semplicemente ottimismo che chiude gli occhi davanti agli aspetti spesso duri e tragici della realtà. Văn Thuận aveva una percezione molto realistica delle situazioni. Senza illusioni, negli ultimi anni della sua vita denunciava il fatto che interi popoli erano minacciati dall’emarginazione, dallo sfruttamento e dallo stermino. In francese, tre “E”: émargination, exploitation, élimination. E si impegnò con tutte le forze per un cambiamento.

Per lui la speranza era il futuro che viene da Dio, concretamente: da Gesù crocifisso, che appare abbandonato da Dio e sembra morire miseramente, ma poi viene sorprendentemente risuscitato.

In ciò risiede la forza travolgente della speranza, che egli ha testimoniato con la sua vita e con la quale egli si rivolge a noi.

 

 

“Il cammino della speranza”

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In foto: il Card. Văn Thuận nel periodo della detenzione.

Tutta la vita di Văn Thuận è cammino della speranza. Ma Il cammino della speranza è anche il suo più famoso libro. Ecco com’è nato questo volume. Quando Văn Thuận era agli arresti domiciliari nel villaggio di Cay-Vong, sorvegliato da due poliziotti, era travagliato dalla domanda: cosa posso fare per il mio popolo?

Una notte – racconta – viene una luce: «Francesco, è molto semplice. Fai come San Paolo quando era in prigione: scriveva lettere a varie comunità».

La mattina seguente, ho fatto segno a un ragazzo di sette anni, Quang, che ritornava dalla Messa alle 5, ancora nel buio: «Di’ a tua mamma di comprare per me vecchi blocchi di calendari». Nella tarda sera, di nuovo al buio, Quang mi ha portato i calendari e tutte le notti di ottobre e di novembre 1975 ho scritto al mio popolo il mio messaggio dalla cattività. Ogni mattina il ragazzo veniva a raccogliere i fogli per portarli a casa e far ricopiare il messaggio dai suoi fratelli e dalle sue sorelle. Ecco come è stato scritto il libro Il cammino della speranza, pubblicato ora in 11 lingue[1].

 

Ma quale il fulcro del cammino della speranza di Văn Thuận? Quali le linee di fondo? Potremmo riassumerle in tre punti:

·      La speranza come cammino con Dio solo

·      La speranza come cammino verso tutti senza confini

·      La speranza come trasformazione della quotidianità

 

1. La speranza come cammino con Dio solo

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In foto: alcuni degli appunti redatti in carcere dal Card. Văn Thuận.

La speranza nella vita di Thuân non nasceva da ciò che facceva e non poggiava neppure su circostanze di vita sicure e su sviluppi prevedibili, ma è sbocciata proprio dalla disperazione, come egli ha raccontato durante gli Esercizi spirituali dell’anno 2000 per la Curia Romana in Vaticano:

"Durante la mia lunga tribolazione di nove anni di isolamento, in una cella senza finestre, a volte sotto la luce elettrica per molti giorni, a volte nell’oscurità, mi sentivo soffocare sotto il caldo e l’umidità, al limite della pazzia. Ero ancora un giovane vescovo, con otto anni di esperienza pastorale. Non riuscivo a dormire, ero tormentato al pensiero di dover abbandonare la diocesi, di lasciar andare in rovina tante opere che avevo messo in piedi per Dio. Sperimentavo come una rivolta in tutto il mio essere.

Una notte dal profondo del cuore una voce mi diceva: «Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che hai compiuto e desideri continuare a fare […] sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutto ciò, fallo subito, e abbi fiducia in lui!». […]

Questa luce mi ha portato una pace nuova, che ha cambiato totalmente il mio modo di pensare e mi ha aiutato a superare momenti fisicamente quasi impossibili. Da quel momento una nuova forza ha riempito il mio cuore e mi ha accompagnato per 13 anni. Sentivo la mia debolezza umana, rinnovavo questa scelta di fronte alle situazioni difficili, e la pace non mi è mai mancata[2]".

In questo modo Dio per Văn Thuận non è rimasto solo oggetto di fede ma è diventato il centro di tutta la sua vita, come il sole attorno al quale gravita tutto il resto. «In Dio sono in contatto con ogni cosa», afferma. «Perché lamentarmi o inquietarmi? Rimetterò ogni cosa nelle sue mani, senza timore e senza porre condizioni»[3].

Ciò che rimane e ciò che conta è il momento presente. «Non aspetterò», si dice dopo l’arresto. «Voglio vivere il momento presente riempiendolo d’amore». Così, in prigione si fabbrica, con fogli che la polizia gli passa per gli interrogatori, un minuscolo vademecum, in cui appunta poco a poco più di 300 parole della Scrittura che riesce a ricordare, come aiuto per vivere concretamente la Parola di Dio[4]. Similmente celebra la Santa Messa con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano. Racconta:

Ogni volta ho l’opportunità di stendere le mani e di inchiodarmi sulla croce con Gesù, di bere con lui il calice più amaro. Ogni giorno, recitando le parole della consacrazione, confermo con tutto il cuore e con tutta l’anima un nuovo patto, un patto eterno fra me e Gesù, mediante il suo sangue mescolato al mio. Sono state le più belle Messe della mia vita! [5]

«Vivere attimo per attimo con intensità – afferma Văn Thuận – è il segreto per saper vivere bene anche quell’attimo che sarà l’ultimo». Da qui la sua massima:

 

Ogni attimo della nostra vita sia

l’attimo primo

l'attimo ultimo   

l’attimo unico[6].

 

Vivere radicalmente la scelta di Dio, al di là di tutte le opere; e vivere nel momento presente, nutrito dalla Parola di Dio e da Gesù nell’Eucaristia: questo ha dato a Văn Thuận una libertà interiore sempre più grande ed è diventato per lui fonte di speranza invincibile, terreno fertile in cui poteva fiorire la vera speranza[7].

 

2. La speranza come cammino verso tutti senza confini

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In foto: il Card. Văn Thuận nel periodo della detenzione.

«Amare Dio significa amare il mondo», scrive Văn Thuận ne Il cammino della speranza e osserva: «Appassionata di Dio, Maria aveva profondamente a cuore il mondo. Sperare in Dio vuol dire sperare nella salvezza del mondo»[8]. In questa affermazione sono contenute allo stesso tempo la profonda spiritualità di Văn Thuận e la sua apertura al mondo. Egli esorta con forza a non ridurre l’essere cristiani alla dimensione spirituale, separandolo così dalla vita quotidiana. È invece necessario scatenare nel proprio ambiente una rivoluzione[9]. 

Anche per questa dimensione della speranza c’è un’esperienza chiave nella vita di Văn Thuận. Risale alle prime settimane della sua prigionia:

Durante il viaggio verso il Nord del Vietnam, per tre volte sono stato incatenato con un non cattolico, parlamentare, conosciuto come fondamentalista buddista. La vicinanza nella stessa sorte incide nel suo cuore. […]

Sulla nave, e dopo nel campo di rieducazione, ho avuto l’occasione di instaurare un dialogo con le persone più varie: ministri, parlamentari, alte autorità militari e civili, autorità religiose […]

Nell’oscurità della fede, nel servizio, nell’umiliazione, la luce della speranza ha cambiato la mia visione: ormai questa nave, questa prigione, era la mia più bella cattedrale, e questi prigionieri, senza alcuna eccezione, erano il popolo di Dio affidato alla mia cura pastorale[10].

La speranza, la vera speranza, nasce da questa apertura senza limiti agli altri. Un significativo campo di prova è stato per Van Thuân la relazione con i suoi guardiani in prigione. Era difficile stabilire un rapporto con loro. 

Una notte mi è venuto un pensiero – racconta –: «Francesco, tu sei ancora molto ricco, hai l’amore di Cristo nel tuo cuore; amali come Gesù ti ha amato». L’indomani ho cominciato ad amarli ancora di più, ad amare Gesù in loro, sorridendo, scambiando con loro parole gentili. Ho cominciato a raccontare storie sui miei viaggi all’estero […]. Questo ha stimolato la loro curiosità e li ha spinti a pormi moltissime domande. Pian piano siamo diventati amici[11].

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In foto: la croce pettorale di legno realizzata in carcere dal Card. Văn Thuận

In questo modo Văn Thuận ha conquistato i suoi guardiani, tanto che gli hanno permesso di fabbricare con le proprie mani una croce pettorale di legno e una catena di fili di rame che egli ha portato per tutta la vita come croce episcopale.

In quell’abisso delle mie sofferenze – osserva, ricordando quegli anni – […] non ho mai cessato di amare tutti, non ho escluso nessuno dal mio cuore. […] Devo essere fedele all’esempio dei miei antenati martiri, all’insegnamento appreso ancora da bambino da mia madre[12].

Secondo Văn Thuận, la speranza come cammino verso tutti senza confini non deve rimanere un castello campato in aria, ma deve farsi concreta. A questo proposito osserva in Preghiere di speranza:

Nel Medioevo, i cavalieri votavano la loro esistenza a preservare l’onore, a proteggere la patria. Arruolavano truppe per spedizioni lontane destinate a liberare il sepolcro di Cristo.

Ai nostri giorni combattono l’ingiustizia, l’oppressione, la discriminazione razziale, la dittatura. Lottano per far scomparire le epidemie, la carestia, la miseria, l’analfabetismo, la disoccupazione.

Nella loro pacifica lotta, accettano ogni sacrificio per edificare un nuovo sistema economico e stabilire una concordia permanente tra le nazioni. Si dedicano alla scienza per il servizio dell’uomo.

Ma l’impegno principale dei cavalieri dei nostri tempi è consacrato alla liberazione del sepolcro di Cristo nelle anime. Sono cavalieri dell’amore che non esitano a recarsi dovunque vi sono uomini bisognosi dei loro servizi: gli emarginati, gli infermi, gli affamati di verità, gli assetati di tenerezza. Sono i cavalieri di questo tipo i meno numerosi[13].

Văn Thuận era un cavaliere di questo tipo e per questo era testimone della speranza.

 

 

3. La speranza come trasformazione della quotidianità

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In foto: la copia dell'Osservatore Romano conservata dal Card. Văn Thuận.

Il Cardinale Văn Thuận era una persona gioiosa con grande senso d’umorismo. Ciò aveva a che fare non solo col suo motto episcopale: Gaudium et spes – Gioia e speranza, ma era anche parte integrante della sua concezione della speranza. La speranza lo univa al Cristo crocifisso e lo rendeva pronto a tutto.

Conduceva uno stile di vita personale estremamente semplice, quanto all’abitazione e al suo abbigliamento – molti hanno ancora negli occhi il kway che indossava come giubotto –, e sapeva accogliere le circostanze della vita e le persone che lo circondavano così come erano, coi loro limiti. Ma poi viveva continuamente sorprese che trasformavano la quotidianità.

I comunisti – raccontò durante l’ultimo corso di esercizi spirituali tenuto nel febbraio 2002 – fanno studiare il latino ai poliziotti per poter controllare i documenti e i telegrammi della Santa Sede. Un giorno una guardia carceraria che studiava latino mi chiese di insegnargli un canto latino. Gli chiesi quale e lui mi rispose: Veni Creator. Così gli scrissi tutte e sette le strofe di questo inno, senza immaginare che le avrebbe imparate a memoria. Qualche giorno dopo lo sentii cantare l’inno mentre scendeva le scale di legno per fare ginnastica [nel cortile], poi mentre si lavava e infine mentre tornava nella sua stanza, e questo ogni mattina.

All’inizio mi sembrava un po’ assurdo che un comunista cantasse questo inno, ma a poco a poco mi sono reso conto che lo Spirito Santo, quando un arcivescovo non può più pregare e ne soffre molto, manda un poliziotto comunista a cantare e pregare! Ogni mattina mi svegliava e mi faceva partecipare al suo canto[14].

Altrettanto sorprendente è il fatto che, durante l’arresto in isolamento ad Hanoi, gli sia arrivata una doppia pagina dell’Osservatore Romano. Era stata sequestrata alla posta e serviva come carta da imballaggio per un piccolo pesce che è stato portato a Văn Thuận. Racconta: «In tutta tranquillità, senza attirare l’attenzione, ho lavato accuratamente quelle due pagine per liberarle dall’odore di pesce, le ho lasciate asciugare al sole e poi le ho conservate come una reliquia»[15].

Grazie ai buoni rapporti con i suoi guardiani, durante gli arresti domiciliari nei pressi di Hanoi, Văn Thuận ha potuto anche ordinare sacerdoti studenti provenienti da diverse diocesi. Essendo già in carcere, a differenza di altri vescovi non aveva nulla da perdere[16].

Ha ricevuto persino una lettera di Chiara Lubich, sebbene in realtà solo sua madre potesse inviargli corrispondenza. «È stata una grande gioia e un grande sostegno – racconta –, perché mi sentivo unito a tutti voi, anche se ero isolato e lontano»[17].

Cosa concluderne per la nostra vita? La speranza non si ferma davanti ai fatti nudi e crudi. Essa fa calcolo di Dio e delle sue possibilità, e così trasforma la quotidianità e apre prospettive impensate. Ecco quanto scrive Văn Thuận in Preghiere di speranza in un brano dal titolo “Sorprese”:

Fino ad allora non sospettavo che i potenti saranno abbassati e gli umili esaltati; che quello che si farà al più piccolo tra gli uomini è a Dio che lo si fa; che la tristezza si cambierà in gioia e la morte in vita; che chi semina nel pianto raccoglierà nella gioia; che la vera felicità appartiene ai poveri in spirito, a coloro che soffrono e che piangono, ai perseguitati a causa della giustizia. […]

Quante sorprese avremo! Quale sconvolgimento per i valori del mondo! [18].

 

a cura di Hubertus Blaumeiser

 

 

[1] F.X. Nguyen Van Thuan, Testimoni della speranza. Esercizi spirituali tenuti alla presenza di S.S. Giovanni Paolo II, Città Nuova, Roma 2000, p. 78. 

[2] Ibid., pp. 61-62; cf. Dio e la sua opera, in: Preghiere di speranza, n. 83.

[3] Id., Se… Sì, ma… Come…? Perché…?, in: Preghiere di speranza, n. 75.

[4] Id., Testimoni della speranza, pp. 85-86.

[5] Ibid., p. 168; cf. p. 125.

[6] Ibid., p. 79; cf. Il peso del tempo, in: Preghiere di speranza, n. 47. 

[7] Anche sulla preghiera Van Thuân ci offre testimonianze toccanti. Cf. Testimoni della speranza, pp. 150-161, e Brevi preghiere, in: Preghiere di speranza, n. 89.

[8] Id., Il cammino della speranza, Città Nuova, Roma 1992, n. 954.

[9] Ibid., n. 970.

[10] Id., Testimoni della speranza, pp. 106-107. 

[11] Ibid., p. 98.

[12] Ibid., p. 124.

[13] Id., I cavalieri del nostro tempo in: Preghiere di speranza, n. 39. Cf. anche Guardare i proprio fratelli con lo sguardo di Dio, ibid., n. 35.

[14] Id., Scoprite la gioia della speranza. Gli ultimi esercizi predicati dal Cardinale François-Xavier Nguyen Van Thuân, Edizioni Art, Roma 2006, p. 115. Cf. Testimoni della speranza, pp. 156-157.

[15] Id., Testimoni della speranza, p. 198.

[16] Ibid., p. 225. 

[17] Cf. Id., Tutto vince l’amore (Omelia durante un incontro di sacerdoti di vari Movimenti e Comunità), 28.6.2001, in «Gen’s» 31 (2001) p. 185.

[18] Id., Sorprese, in: Preghiere di speranza, n. 26.